LA BARBA, LE STIGMATE, L’ESTASI: ICONOGRAFIA FRANCESCANA DA GIOTTO A CARAVAGGIO

Relatore: ALESSANDRO RIGHI

Francesco d’Assisi viene proclamato santo nel luglio 1228 da papa Gregorio IX, meno di due anni dopo la sua morte. Immediatamente si scrivono alcune vite del santo (la più celebre quella di Tommaso da Celano) che ne divulgano la figura e gli atti, senza tacerne, con ingenua “disattenzione”, anche gli aspetti più controversi.
Nel 1266 tutte queste biografie sono proibite dal Capitolo dell’ordine e, su sua disposizione, distrutte, ad eccezione di un’unica redazione: la Legenda maior del generale dell’ordine Bonaventura da Bagnoregio.
Si vuole, con questi provvedimenti, attenuare i caratteri più dirompenti del pensiero del fondatore in accordo con il crescente potere assunto nell’ordine dai frati conventuali, che erano interessati a trasmettere la figura di un San Francesco non collocato ai margini della società, bensì inserito nella civitas e nei suoi meccanismi, anche economici.
Il costituirsi di un canone ufficiale della vita di san Francesco incide anche sull’iconografia del Santo, che si sviluppa subito dopo la sua morte, in particolare con i primi due cicli pittorici a lui dedicati nella basilica di Assisi: il più antico nella basilica inferiore, del Maestro di San Francesco, e il successivo in quella superiore con ventotto scene della vita di Francesco eseguite dal nascente grande talento della pittura italiana, il fiorentino Giotto da Bondone tra il 1288 e il 1292 (autografia e data, come si avrà modo di vedere, ancora oggi non univocamente accettata).
L’iconografia di Francesco non si delinea, però, seguendo un filone univoco. Ad esempio Tommaso da Celano, che aveva conosciuto Francesco, lo descrive con “barba nigra” e rada, mentre Giotto, dopo Assisi, mostra nei suoi affreschi fiorentini un Francesco glabro; un dettaglio apparentemente insignificante che però illumina sulle dinamiche ideologiche interne all’ordine, in forte crescita di numero e popolarità, e sulla competizione che si era instaurata tra le due grandi famiglie interne (i frati conventuali, e quelli minori), dopo la morte del fondatore.
Anche le stigmate, l’avvenimento centrale e più rappresentato della vita del Santo, sono un altro tratto peculiare dell’iconografia di Francesco che, avendole ricevute per primo dopo Gesù, e identificandolo per tanto come Alter Christus, comportano la necessità, per gli artisti, di “inventare” una nuova e inedita tipologia figurativa che ne divulghi tale contenuto.
Le comunicazioni, sullo sfondo dei temi ora richiamati, delineano gli aspetti salienti della nascita e del diffondersi dell’iconografia francescana. Dopo l’exploit trecentesco, nel Quattrocento e nel primo Cinquecento l’immagine di Francesco non subisce particolari innovazioni, e le immagini del santo – pur nella diversità dei risultati artistici – si concentrano principalmente sulla stigmatizzazione anziché sugli episodi narrativi, come era stato per Giotto o Benozzo Gozzoli. Anche per l’iconografia francescana, le novità originano, tra fine Cinquecento e inizi del Seicento, da un rinnovato impulso figurativo legato al consolidarsi della Controriforma tridentina; in particolare dalle istanze di rinascita spirituale ad essa legate, ma anche dallo zelo riformatore del nuovo ordine dei Cappuccini, nato in seno della famiglia francescana. Tali novità fanno da sfondo, con un deciso salto qualitativo, alla rivoluzione naturalistica
che Caravaggio la sua cerchia (il Baglione, Orazio Gentileschi e altri) fanno ‘esplodere’ a Roma attorno al 1600. L’iconografia di Francesco subisce ora una significativa mutazione che ne esalta la santità cogliendolo in inediti atteggiamenti meditativi ed estatici: una nuova immagine per una nuova epoca che vede nei santi l’esempio più alto da seguire per cogliere, con la loro intercessione, l’ardua strada dell’Imitatio Christi.